
Newton by William Blake
La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza. Albert Einstein
Bernard Cohen (1 March 1914 – 20 June 2003), Victor S. Thomas Professore di storia della scienza presso la Harvard University e, autore di diversi libri, nel suo libro Franklin and Newton (1956), cita una frase che Egli attribuisce ad Einstein: “…se Newton e Leibnitz non fossero mai vissuti, il mondo comunque avrebbe conosciuto la scienza del calcolo, se non fosse mai vissuto Beethoven invece, non avremmo mai avuto la sinfonia in Do minore”.
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Il confronto Newton-Beethoven è forse il modo più semplice e, al tempo stesso più duro, per rappresentare la questione del rapporto arte-scienza: il contrasto più forte è quello determinato dal presupposto che, mentre i prodotti della scienza sono inevitabili, nel senso che comunque e in ogni caso si arriverebbe alla scoperta, nelle arti invece non è così, perché il prodotto della genialità in questo campo, è unico ed inscindibile dall’artista.
La Teoria
Secondo il filosofo Immanuel Kant (Königsberg, 22 aprile 1724 – Königsberg, 12 febbraio 1804), il genio esiste nelle arti, ma non nelle scienze, ovvero, mentre gli scienziati possono insegnare agli altri il loro lavoro, per gli artisti invece, il segreto della originalità delle loro creazioni, è sconosciuto.
In base a questa affermazione, potremmo dire che, mentre Newton sarebbe perfettamente in grado di spiegarci i passi che lo hanno condotto a stilare i primi elementi di geometria, Mozart, Beethoven, non ci potrebbero insegnare il segreto dell’ispirazione nelle loro sinfonie. Certo, la loro originalità costituisce un modello evolutivo dal punto di vista creativo, ma questo sarebbe un altro discorso.
Tuttavia, l’astronomo americano Owen Gingerich offre un punto di vista differente della questione. Sostanzialmente Egli sostiene che tutto il sistema newtoniano non è inevitabile, evidenziando il ruolo dell’immaginazione e della creatività di Newton nelle sue teorie scientifiche, collocandolo quindi, sullo stesso piano creativo di Shakespeare o Beethoven.
…E questa osservazione ci sensibilizza circa la natura della creatività scientifica…

La Pratica
Una teoria scientifica è limitata dalla natura ed è soggetta a sperimentazione, ampliamento, revisione, manipolazione.
Il confronto Newton-Beethoven assume un senso e un significato diversi, nel momento in cui il focus non è più su la costruzione di una teoria, bensì su la concezione e la realizzazione di un esperimento. Pertanto, la domanda che da musicista mi pongo è: la sperimentazione è un processo automatico che richiede uno scarso apporto creativo, oppure al contrario, è prevalentemente un processo creativo con uno scarso automatismo?
Una Possibile Conclusione
Kant secondo me ha sicuramente ragione circa la differenza in termini di genio nel campo delle arti e della scienza: un esperimento scientifico molto difficilmente sarebbe riconoscibile come un Newton, mentre un dipinto è facilmente riconoscibile come un Caravaggio.
Tuttavia, il lavoro sperimentale prevede comunque un ingegno, fantasia, creatività: l’ingegno scientifico, come l’immaginazione artistica, è una disciplina molto rigorosa. Potrei concludere che il modo in cui gli elementi scientifici vengono dosati, combinati insieme, permette di raggiungere un risultato unico, non necessariamente inevitabile.
In quest’ottica forse, l’asse Newton-Beethoven, è più un’analogia che un contrasto.
Questo post partecipa alla 8 edizione del Carnevale della Fisica, per l’occasione, ospitato da Emanuela Zerbinatti di Arte e Salute
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paopasc says:
19 giugno 2010 alle 18:01 /
ben ritornato Joe! alla grande, a quanto leggo.
Sostanzialmente d’accordo. Qualche piccola precisazione: diciamo che lo scienziato fa uso di creatività nell’immaginare un disegno sperimentale, che poi viene ripetuto, se funziona, in maniera stereotipata mentre l’artista effettuato l’atto creativo non è più obbligato a riprodurlo fedelmente, anche se la creatività riconosce quello che si chiama uno stile, che ha molto del ripetitivo.
in secondo luogo è bene ricordare, tanto per citare albert, che egli per produrre la sua teorie immaginò letteralmente di cavalcare un fotone, per usare le sue parole.
in definitiva, in entrambi i processi, c’è un procedimento creativo che cerca di estrarre quell’ informazione che abitualmente non arriva all’uscita motoria (ne sto scrivendo adesso) la qual cosa significa FERMARE i processi soliti e azzardare l’insolito.
chest’è.
hola joe!
Gianluigi says:
19 giugno 2010 alle 22:15 /
Bello! Bellissimo!
E mi piace anche l’immagine scelta per presentare l’articolo: adoro Blake come poeta ma anche come illustratore!
joe guitar says:
19 giugno 2010 alle 23:50 /
… grazie gianluigi! anche a me piace molto l’Arte di Blake, l’ho scoperta sfogliando un libro di storia dell’arte regalatomi da carla dell’atelier espressivo
grazie paopasc per i tuoi contributi. molto importanti le tue precisazioni circa l’immaginazione, la creatività.
carla says:
20 giugno 2010 alle 13:28 /
Ciao Joe! Ecco perchè non trovavo il libro!!! (scherzo)
Sempre ottimi lavori, joe
Un saluto a Gianluigi e Paopasc
annarita says:
12 agosto 2010 alle 22:30 /
Ciao. Arrivo qui dal Carnevale della fisica 8. Avevo adocchiato il tuo articolo, ma solo oggi l’ho letto con attenzione.
La tematica che hai trattato è affascinate ed ha interessato da tempo sia l’Arte che la Scienza.
Riporto di seguito quanto letto tempo fa su un sito, su cui ero approdata serendipicamente e che non ricordo quale sia. Mi dispiace…
Cito a memoria suppergiù!
Un grande matematico francese, Jacques Hadamard, annoverato tra i padri delle cosiddette “teorie del caos”, all’inizio del Novecento, individuò due modelli attraverso cui si esercita la creatività degli scienziati: uno di carattere intuitivo, l’altro di carattere analitico. Il primo dei due è analogo al modello creativo degli artisti, nutrendosi come questo di analogie, immagini, esperimenti mentali. Il secondo è invece fondato sull’ applicazione di una logica formale, frequentemente della logica matematica, che sembrerebbe (e sottolineo sembrerebbe) lasciare poco spazio all’intuizione.
Ma Jacques Hadamard ha dimostrato, argomentando in modo convincente, come anche nella più rigorosa adesione al modello analitico di creatività scientifica ci sia, all’origine, l’intuizione.
Il più grande fisico teorico del Novecento (e forse di ogni tempo) Albert Einstein ha riflettuto sulla sua personale psicologia della ricerca, giungendo a riconoscere che l’intuizione era la molla scatenante della sua straordinaria creatività. Il primo passaggio nella costruzione delle sue teorie consisteva sempre nell’immaginare la realtà fisica che voleva descrivere (l’esempio portato da Paolo calza a pennello). E solo dopo averla intuita Einstein dava il necessario corpo formale a una nuova teoria.
Einstein è un classico esempio di come funziona il modello intuitivo della creatività scientifica.
Diversamente, un altro grande fisico teorico del Novecento, Paul Dirac, è pervenuto all’elaborazione della teoria quantistica dell’elettrone e a scoprire la realtà fisica dell’antimateria, procedendo per via puramente analitica, sviluppando sofisticate dimostrazioni matematiche.
Dirac è un classico esempio di modello analitico della creatività scientifica, tuttavia, occorre precisare che il “nostro” si è convinto della bontà della sua elaborazione quando ha potuto osservare la semplice ed elegante “bellezza” delle sue equazioni. Egli stesso ha ammesso, a conclusione del suo lavoro teorico, di aver concesso qualcosa al proprio senso estetico. E prima, se Hadamard ha visto giusto, ha magari concesso qualcosa, inconsapevolmente, alla sua intuizione.
L’intuizione è, indiscutibilmente, il motore della creatività artistica. Tuttavia i meccanismi mentali che sottendono il lavoro degli artisti e degli scienziati posseggono qualcosa di più che una marcata analogia tra scienza e arte.
E’ rintracciabile forse il relitto della loro origine comune: la necessità e l’acquisita capacità da parte di Homo sapiens di elaborare pensiero astratto e rappresentazioni sofisticate del mondo.
Complimenti per l’articolo.
annarita
joe guitar says:
13 agosto 2010 alle 08:33 /
…grazie annarita, per il tuo contributo
tra le cose che scrivi, mi colpisce molto il concetto di psicologia della ricerca: è molto interessante…
ciao annarita!
®musicaio says:
16 agosto 2010 alle 17:32 /
weeeee buon giorno, come amante del jazz in ogni sua declinazione non posso che fare i complimenti per il disco che avete fatto, ci vorrebbero tanti jazzisti si si ops arrivo qui dal blog di pascucci che mi ha indirizzato verso il vostro lavoro
joe guitar says:
16 agosto 2010 alle 19:21 /
…grazie ®musicaio!
mi piace molto questa tua espressione: il jazz in ogni sua declinazione: in effetti il jazz è un universo musicale straordinario
ciao e grazie di nuovo!
opthamologists says:
14 gennaio 2011 alle 16:28 /
this post is very usefull thx!