Potrebbe sembrare ardito anche solo pensarlo, ma in un universo alternativo o parallelo, Leonard Cohen è Bob Dylan.

L’artista canadese, come il suo omologo del Minnesota, fonde insieme folk, blues e rock per creare sfondi di suggestiva poesia cerebrale, che può, con una forza molto vivida, evocare il dolore di un affare andato male o la precognizione cupa di un futuro distopico . Naturalmente, il confronto tra i due artisti è solo un pretesto per dire, che se Cohen non è mai diventato la Voce di una Generazione, la sua opera però ha saputo catturare l’attenzione e lo spirito del tardo 20° secolo.

Cohen è stato una presenza enigmatica alla periferia della musica popolare, apprezzato da coloro che lo conoscono, ma sconosciuta a tanti, troppi. Naturalmente, Cohen è anche il “tizio” che ha scritto Hallelujah, passando attraverso famose interpretazioni di Jeff Buckley e Rufus Wainwright e, in questo lavoro, Live in London, canta come un uomo alla fine della sua carriera, ma i suoi suoni sono tutt’altro che esauriti.

L’Album è composto di 26 canzoni in tutto e, ogni traccia esprime una propria luminosa intimità.
Cohen nelle sue composizioni ed espressioni musicali è molto minimalista, essenziale, ma efficace, denso di particolari. A volte i brani possono apparire lunghi, ma nonostante ciò mantengono un efficace dinamismo. Cohen in questo lavoro, si esibisce davanti a una folla di 20.000 persone e, gioca con loro, scherza, strappa applausi e risate di vero apprezzamento. Inoltre, frequenti sono gli applausi che richiama per la sua band.

In sostanza, questo Album è un lavoro coerente, con la Musicalità, l’Espressività, la Personalità di un Artista davvero eccezionale.

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